binasco

Binasco in codice

Ci troviamo al cospetto del Castello Visconteo che venne edificato tra il 1280 ed il 1310, date che si ricavano indirettamente dai documenti che lo citano, poiché non esistono fonti che attestano con certezza la data di costruzione.

Il Castello era molto diverso da come lo vediamo oggi.

Fu costruito con le caratteristiche tipiche delle fortezze militari: una solida e compatta struttura rettangolare, circondata da un ampio fossato che arrivava a misurare 15 metri in larghezza e fino ad oltre 3 metri in profondità. Il fossato era delimitato da un muro di “controscarpa” alto circa 3 metri e mezzo.

Per entrare nel castello c’erano quindi due ponti levatoi che permettevano di accedere ai due ingressi dotati di portone o grata in ferro, entrambi muniti di rivellino, una struttura che precedeva l’ingresso vero e proprio sulla quale poggiava il ponte.

Anche la disposizione urbanistica del borgo era diversa e la piazza si trovava dietro al castello (via Dante), quindi l’ingresso principale non era quello che ancora oggi viene usato, bensì quello che attualmente è considerato l’ingresso posteriore.

Sulla piazza si affacciava anche l’antica Chiesa di Santo Stefano, che precedeva l’attuale Chiesa Parrocchiale e che era ruotata di 90° rispetto all’attuale.

Nel castello risiedeva stabilmente una guarnigione di soldati sotto la responsabilità del castellano, un incarico di prestigio, spesso conferito per meriti legati alla fedeltà verso il signore, ma che comportava una serie di obblighi gravosi, tra i quali quello di non lasciare mai la fortezza se non dietro autorizzazione e non senza aver individuato un sostituto, solitamente un familiare.

Il castello era dotato di 5 torri: la torre maggiore o torre magna, era un’imponente costruzione a pianta quadrata, alta circa 37 metri che sorgeva quasi al centro del cortile, accanto al pozzo; era costituita da locali a volta, sovrapposti e serviti da una scala interna ed era collegata ai piani sotto il livello del cortile per mezzo di corridoi sotterranei.

Sul lato meridionale del castello, possiamo vedere ancora oggi le due torri angolari a pianta quadrata e pentagonali alla sommità, poiché smussate sull’angolo interno in corrispondenza di aperture per accedere al camminamento.

Ve ne erano altre due sul lato opposto, anch’esse a pianta quadrata ma inglobate nelle mura e quindi non sporgenti.

Sia le torri che le mura del castello erano sormontate da una corona merlata dietro la quale si stendeva il cammino di ronda che percorreva tutto il perimetro della costruzione passando per le torri dei quattro angoli attraverso passaggi con arco a pieno centro.

Il castello originariamente si sviluppava su tre piani: osservando la parete esterna compresa tra le due torri ancora esistenti, si possono osservare le tracce delle belle finestre ad arco disposte su tre livelli.

Suddividendo idealmente il castello in due parti, la parte a sud era occupata dai locali abitativi, tra i quali un salone o sala grande, tutti con pavimenti in cotto o in pietra e soffitti piatti sorretti da robuste travi in legno.

La parte settentrionale invece era libera da costruzioni ed in seguito servì per il ricovero degli animali e come deposito.

La corte era coronata da due portici con archi e pilastri in cotto: uno a destra dell’attuale ingresso, l’altro sul lato di fronte.

Nel piano sotto il livello del cortile si trovavano le caneve, o magazzini, e le prigioni, dotate di piccole finestre con robuste inferriate.

Ad un livello ancora più basso, all’incirca in corrispondenza della torre magna, si trovava una cella senza luce, umidissima e con il suolo coperto da acqua e fango. I prigionieri destinati a questa cella avevano il destino segnato a causa delle terribili condizioni della detenzione.

Costituito da una solida struttura in mattoni, cotti in una delle due fornaci che si trovavano nel borgo, il Castello aveva tuttavia molte parti in legno che necessitavano di un’attenta e regolare manutenzione poiché particolarmente soggette all’usura.

Con l’unificazione territoriale viscontea, il borgo di Binasco ed il suo castello avevano conservato l’importanza militare ma avevano perso parte dell’importanza strategica legata alla posizione di confine; Milano e Pavia non erano più città nemiche ma erano comprese in un unico dominio sotto il potere dei Visconti. Il Castello viene quindi usato spesso a scopo residenziale in occasione degli spostamenti dei signori nei loro ampi domini e anche per le battute di caccia nei territori circostanti, ricchi di boschi e selvaggina.

Alla signoria viscontea, segue la signoria degli Sforza che termina nel 1535 quando già il castello portava evidenti segni di decadimento dovuto all’incuria tanto da essere considerato inabitabile.

Nel 1588 il feudo di Binasco viene acquistato dall’Ambasciatore spagnolo don Pedro Consalvo de Mendoza, che provvede a farlo ristrutturare secondo la moda del tempo che prevedeva tra l’altro soffitti più alti rispetto a quelli medievali. Ecco quindi che gli originari tre piani sui quali si sviluppava il castello, vengono portati a due piani sacrificando le belle finestre ad arco a favore di finestre rettangolari.

Un intervento di ristrutturazione che modifica per sempre la struttura del castello, ma al quale si deve tuttavia riconoscere il merito di averlo salvato dal completo decadimento.

Della torre centrale, che nella perizia legata all’atto di vendita viene definita “pericolante”, non si parlerà mai più dopo questa data, se ne deduce quindi che venne abbattuta durante la ristrutturazione.

Il Castello di Binasco, lega la sua storia al tragico destino di Beatrice Duchessa di Milano, moglie del Duca Filippo Maria Visconti.

Un errore storico la identifica come Beatrice di Tenda, il personaggio reso noto dall’opera lirica di Vincenzo Bellini a lei dedicata; in realtà il suo nome era Beatrice Cane, cugina del condottiero Facino Cane che sposò in prime nozze.

Facino, oltre alle doti di guerriero, possedeva anche abilità politiche ed ebbe un ruolo importante nel periodo della signoria Viscontea, caratterizzato da forti instabilità e continue guerre per il dominio sul territorio ma anche all’interno della stessa famiglia.

Proprio per sostenere il ducato Visconteo, stabilì per volere testamentario, che Beatrice andasse in sposa al Conte di Pavia Filippo Maria Visconti portando con sé una dote costituita da vasti territori, tra i quali le città di Alessandria, Vercelli, Tortona, Novara, 400 mila ducati d’oro e soprattutto un potente e fedele esercito, grazie al quale Filippo Maria poté assicurarsi il Ducato di Milano alla morte del fratello Giovanni Maria, primogenito e legittimo erede del ducato.

Filippo Maria, figlio di un matrimonio tra consanguinei (il padre Gian Galeazzo Visconti aveva infatti sposato la cugina di primo grado Caterina Visconti) aveva problemi fisici che gli impedivano di stare eretto e di camminare senza sorreggersi e aveva manifestato ossessioni e manie di persecuzione.

Beatrice aveva vent’anni più di lui e non poteva avere figli, inoltre era una donna abituata a seguire il marito Facino Cane nelle sue battaglie sul campo e nelle sue manovre politiche.

Dopo soli sei anni dalle nozze, il Duca Filippo Maria ne dispone l’arresto accusandola di adulterio e di aver tentato di avvelenarlo.

Sottoposta ad un processo sommario e dall’esito scontato, Beatrice viene condotta insieme al suo presunto amante, il giovane cortigiano Michele Orombello, nel castello di Binasco dove viene torturata affinché ammetta le sue colpe.

Entrambi vengono condannati alla pena della decapitazione.

La terribile sentenza viene eseguita nel Castello di Binasco nella notte tra il 13 ed il 14 settembre del 1418; una lapide posta al lato dell’ingresso, ricorda il tragico evento.

Note: tutte le notizie sono tratte dai libri scritti dal Professor Alberto Maria Cuomo