binasco

Binasco in codice

Ci troviamo di fronte alla Chiesa Parrocchiale dedicata ai Santi Giovanni Battista e Stefano Protomartiri, costruita dove precedentemente sorgeva la Chiesa di Santo Stefano.

Una chiesa romanica che nelle relazioni delle visite pastorali veniva definita “bella, sufficientemente ampia e strutturalmente decente”; si deduce quindi che la decisione di edificare una nuova chiesa, le cui fondamenta furono gettate nel 1750, non fu motivata solo da esigenze logistiche ma fu spinta dal fervore della devozione popolare.

Sulla parete esterna dell’edificio, sopra il coro, si trova incisa la data 1780, anno in cui si giunse al completamento dell’edificio ed alla posa del tetto, tuttavia la costruzione poté considerarsi quasi del tutto ultimata solo nel 1787.

La direzione dei lavori fu affidata all’architetto Giulio Gallori membro del Collegio degli architetti del Duomo di Milano.

Gli abitanti di Binasco e dei paesi vicini diedero un contributo determinante sia con donazioni in denaro, che prestando centinaia di giornate di lavoro gratuitamente o dietro compensi molto bassi.

Nonostante la buona volontà dei parrocchiani, dopo aver terminato le fondamenta, i lavori dovettero essere sospesi per mancanza di fondi e ripresero nel 1782 a seguito di un’elargizione di 1.000 zecchini d’oro da parte del feudatario di Binasco, marchese e senatore Antonio Recalcati.

Via via che procedeva l’edificazione della nuova chiesa, l’antico edificio romanico veniva smantellato.

Purtroppo, la chiesa non poté essere ultimata secondo il progetto originario, che prevedeva, tra l’altro il rivestimento in marmo della facciata, a causa delle difficoltà economiche in cui la fabbrica si trovò dopo il 1787.

Notizie tratte da: La Storia di Binasco raccontata ai Giovani, di Alberto M. Cuomo, Amm. Com.le di Binasco, 2007 – Pag. 122/126


Quella che segue, è una descrizione dettagliata della Chiesa, che permetterà di visitarla al suo interno apprezzandone i particolari.

La chiesa, anche se esternamente incompleta si presenta oggi maestosa, con caratteri stilistici propri del tardo Settecento. I fasci di lesene della facciata danno all’insieme slancio verticale, senza il quale la facciata risulterebbe meno armoniosa. La sporgenza delle strutture dei capitelli delle lesene evidenziano l’incompletezza, dal momento che la facciata avrebbe dovuto essere rivestita di strucchi e di marmi.

Entrando per il grande portale si ha una visione d’insieme di ampio respiro nell’immenso spazio dell’unica navata, delimitata ad est e ad ovest da tre cappelle laterali. L’occhio è subito attratto dall’emiciclo absidale, dove campeggia il tempietto circolare marmoreo, in stile neoclassico con sei colonne a capitelli corinzi, che sormonta l’altare maggiore. La mensa dell’altare è del 1861.

Il coro ligneo con stalli in noce, che corona l’abside, apparteneva alla chiesa di S. Maria in Campo, nella quale venne posto intorno al 1596 per volere di Pietro Consalvo de Mendoza, feudatario di Binasco: fu trasferito nella chiesa parrocchiale dopo il 1805, anno in cui il convento francescano fu soppresso. Negli anni 1934-35, il parroco Davide Perversi ne curò il restauro arricchendolo di pregevoli pannelli, opera del trevigliese Giacomo Bellotti, su disegno del pittore binaschino Luigi Migliavacca. Vi sono raffigurati i quindici misteri del Rosario, la morte del Beato Baldassarre Ravaschieri da Chiavari, la visita della Beata Veronica a Papa Alessandro IV e l’incontro tra il Beato Gandolfo Sacchi e S. Francesco d’Assisi.

Dallo stesso convento provengono la balaustra, che ora delimita l’altare della Madonna del Rosario e lo stemma dei Mendoza, murato a sinistra dell’ingresso, inciso nel marmo nel 1592 a ricordo dei lavori di ampliamento dell’abside fatti eseguire da Pietro Consalvo, nella chiesa di S. Maria in Campo. Due pregevoli opere d’arte, appartenenti allo stesso convento, furono trasportate nella parrocchiale: l’effigie in rilievo della Madonna con il Bambino eseguita nella prima metà del Quattrocento, originariamente murata nel chiostro vecchio, fu dapprima esposta nell’edicola ancora esistente presso la colonna di granito, che segnava il limite del piazzale della chiesa di S. Maria in Campo, e poi posta nel cortile antistante la canonica. Vuole la tradizione che sotto questa immagine fosse solito trattenersi il Beato Baldassarre Ravaschieri, che in questo atteggiamento venne fatto scolpire “nel marmo di Saltrio” dai suoi devoti subito dopo la morte. La scultura fu commissionata ad Antonio Amadeo (1447-1552) e fu posta dai Minori appena sotto il rilievo della Vergine, trasferita nella parrocchiale, l’opera fu dapprima sistemata nella sagrestia vecchia, dove rimase fino al 1988; ora, dopo essere stata restaurata per volere del parroco don Luigi Lucini, la si può ammirare sul lato sinistro dell’altare della Beata Veronica.

Della stessa provenienza e dello stesso stile del coro è il pancone, situato sul lato sinistro del presbiterio, anch’esso fatto restaurare nel 1988 da don Lucini, che è la sede da cui presiede il sacerdote durante le varie celebrazioni liturgiche.

Il medaglione della grande cupola al centro della navata ospita un affresco del pittore Schieppati: fu eseguito tra il 1784 e il 1788 e rappresenta la gloria di S. Stefano davanti al Cristo. Sulle quattro vele sottostanti Luigi Migliavacca affrescò nel 1945 gli Evangelisti; all’arte del Migliavacca si devono molti dei restanti affreschi e tutto l’ornamento decorativo.

Ritornando alla cappella maggiore, in alto, sulla volta del presbiterio, è rappresentato il trionfo dell’Eucaristia; nelle due piccole vele dei finestroni, i Santi Apostoli Pietro e Paolo; in altre tre piccole vele dell’abside, S. Siro, S. Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena; nella lunetta l’Angelica adorazione del Crocifisso. Lungo la fascia che corre sotto il cornicione, nei medaglioni decorativi, a partire dal centro dell’abside, sono raffigurati Leone XIII, Pio X e Pio IX. Sulle pareti del presbiterio, due grandi affreschi rettangolari, uno rappresentante la predicazione di S. Giovanni Battista (sul lato del Vangelo), l’altro il martiro di S. Stefano (sul lato dell’epistola); sopra di essi altri due medaglioni decorativi con Benedetto XV e Pio XII.

Due volte delimitano la grande cupola centrale: nella parte mediana di quella posta sopra l’ingresso è affrescata la gloria dei Beati Gandolfo e Baldassarre; ai lati due medaglioni policromi con S. Enrico imperatore e S. Luigi Gonzaga; più in basso, due finte nicchie con i profeti Geremia e Daniele. Nel medaglione decorativo è effigiato S. Adriano I. Sulla seconda volta presso il presbiterio, al centro, la gloria della Beata Veronica; mei medaglioni policromi il Beato Curato D’Ars e S. Carlo Borromeo; nelle finte nicchie sottostanti i profeti Ezechiele e Isaia. Sotto i limiti della volta, altri due medaglioni decoratici con Pio IX e Clemente XIII.

Ai lati dei finestroni che illuminano la navata sono dipinti sei Dottori della Chiesa: ai lati del finestrone sopra l’ingresso, S. Basilio e S. Giovanni Crisostomo; ai lati degli altri due, Sant’Agostino e Sant’Ambrogio (sottostante è il medaglione con Leone X); di fronte, S. Gerolamo e S. Gregorio Magno (sottostante il medaglione con Pio V).

Le cappelle: a sinistra dell’ingresso, il battistero con affresco di Luigi Faini, eseguito nell’anno 1901, raffigurante S. Giovanni Battista che battezza Gesù. I due angeli che recano la veste e la lampada sono del Migliavacca. Segue l’altare della Madonna del Rosario, con statua lignea, decorata d’oro zecchino, della Vergine con il Bambino, chiusa in una nicchia: si tratta probabilmente della stessa scultura di cui è scritto nei verbali delle visite pastorali del 1704 e del 1727. Sulla sinistra dell’altare, oltre la balaustra marmorea, una lastra di marmo graffito dedicata al Beato Gandolfo. Infine, la cappella del Sacro Cuore di Gesù, affrescata nel 1944 da Nicola Febo. Sul lato opposto, di fronte, l’altare di San Giuseppe, in marmo finissimo, e, nell’affresco, il Santo protettore degli operai e della buona morte, altra opera del Febo.

Procedendo a ritroso verso l’ingresso, l’altare della Beata Veronica, riordinato nel 1932, che custodisce l’urna con le spoglie della grande binaschina. Sopra l’altare, una bella pala, proveniente dal convento di S. Marta di Milano, opera tardo – seicentesca del perugino Luigi Pellegrini, detto Scaramuccia.

Il dipinto raffigura la Beata in estasi in mezzo ad Angeli mentre stringe al cuore, con le mani incrociate, un ramo di ulivo; intorno, i simboli del mistero della sua santità: la Croce, la pisside e il pane; alle sue spalle sta probabilmente il Beato Ravaschieri, confessore e guida spirituale di Giovanna Negroni prima che fosse accolta tra le Agostiniane.

Da ultimo, la cappella del SS. Crocifisso, con altare con mensa in marmo, posta nel 1933, appoggiata su due colonnine. Un grande crocifisso ligneo campeggia al centro della parete sopra l’altare in uno spazio apposito ricavato nel muro.

La chiesa conserva in quattro busti argentei le reliquie di S. Carlo, S. Ambrogio, S. Agostino e S. Siro; in quattro piccole urne, le reliquie di S. Felice, S. Fortunato, S. Cornelio e S. Pacifico.

Dal 13 gennaio 1995 la nostra chiesa custodisce una reliquia del beato Gandolfo Sacchi.

Durante le feste in onore della Beata Veronica vengono esposte quattro piccole urne contenenti oggetti che hanno avuto relazione con la nostra Beata, che giunsero nel 1812 dal convento di S. Marta. Si tratta della tunica che la beata indossava nel giorno della sua morte: è chiusa nella piccola teca, avvolta su se stessa, così come fu riposta dopo che Monsignor Parocchi, il 2 gennaio 1873, ordinò che i sacri ricordi fossero posti negli attuali contenitori, ritenendo troppo umili le cassettine in cui erano precedentemente rinchiusi. In una seconda teca vi sono due grossi sassi, che la tradizione vuole che siano stati usati dal demonio per percuoterla. Nella terza custodia è serbata la penna misteriosa: si tratta di una cannuccia d’argento e smalto con l’estremità appuntita dorata, che, si dice, fu portata alla Beata da un Angelo per insegnarle a scrivere. Accanto alla penna si trova una piccola palma d’argento con i rami bianchi e verdi, sul cui fusto è incisa l’iscrizione IHS MARIA. La quarta cassettina racchiude un breviario Francescano che, si ritiene, sia stato donato a Veronica da fra Giovanni che godeva fama di Santità e che, a Como, fu visitato dall’Agostiniana nell’ottobre del 1489. Il breviario fu esaminato da esperti di paleografia e Pietro Mazzuccheli, dottore dell’Ambrosiana, nel 1812 stabilì che la data di edizione dovesse essere compresa tra il 1456 e il 1482.

Tratto da “Una Chiesa” di Alberto M. Cuomo, edito dalla Parrocchia di Binasco nel 1997. Pag. 102/107


Quella che segue è una descrizione dettagliata della precedente antica chiesa di Santo Stefano.

L’Antica chiesa di S. Stefano era una bella costruzione in stile romanico. Presentava un orientamento canonico con ingresso ad ovest ed abside ad est; era infatti in posizione ortogonale, ruotata di 90°, rispetto all’attuale chiesa, che, invece, ha l’abside a nord e l’ingresso a sud. Occupava parte del terreno dove oggi vi è la casa parrocchiale. Si estendeva per 26 metri in lunghezza e 14 in larghezza; un muro la cingeva su tre lati, delimitando la piazza, che si apriva sulla strada mastra. Un fossato lambiva il muro di recinzione ad est e a Sud. Tra la parte meridionale della chiesa e il muro, verso la piazza, vi era il cimitero, mentre a nord, distante una quindicina di passi, era l’abitazione del parroco.

Sul sagrato, presso l’ingresso, nel 400 fu posta la grande statua di S. Giovanni Battista. La facciata era abbellita da un protiro, un piccolo atrio sporgente sull’entrata, in parte in marmo, chiuso a volta e sorretto anteriormente da due colonne, che proteggeva l’ingresso costituito da un portale con due ante. Poco sopra il portale si aprivano le finestre, strette e alte, terminanti con arco tutto sesto. Dodici finestre, poste su tre lati, anche se di piccole dimensioni, illuminavano sufficientemente l’interno, oltre ad altre due laterali poste all’inizio dell’abside.

L’interno si presentava molto armonioso: quattro colonne squadrate in cotto delimitavano gli angoli dell’unica navata, sulle cui pareti si potevano ammirare cinque affreschi: tre del 1398, eseguiti sopra l’ingresso, raffiguravano i santi certosini Bruno e Roberto di Molesme ed erano laterali ad un altro affresco rappresentante un Angelo circondato dall’iscrizione Gratia Carthusiae. Sulla parete di destra vi era l’immagine affrescata di S. Stefano, dipinta in un tondo recante la scritta Protector Binaschi; sulla parete sinistra, vicino all’abside, era affrescata l’immagine di S. Giovanni Battista, intorno alla quale si poteva leggere l’iscrizione Advocatus Binaschi. Le quattro colonne che delimitavano la navata reggevano una volta a crociera.

L’abside, di forma pentagonale, era delimitata da due colonne in cotto sulle quali poggiava l’arco che originava il catino. Il presbiterio era sopraelevato di tre gradini di mezzo cubito l’uno (m. 0,21) rispetto al pavimento della navata. L’altare maggiore era posto sopra una piattaforma di mattoni sulla quale si saliva con altri due gradini di mezzo cubito. Il presbiterio era separato dal resto della chiesa da un cancello, costruito con legno di noce e decorato con fregi d’oro.

Il ciborio si elevava per più di tre cubiti (m. 1,25 circa) sopra l’altare e la copertura a cupola era sorretta da otto colonne, i cui capitelli raffiguravano altrettanti visi di angeli, sempre sulla sua sommità era posta una scultura di legno raffigurante il Salvatore. Sotto la cupola del ciborio era sospesa con una catenella una pisside d’argento ed oricalco dorato contenente il SS. Sacramento.

Nella chiesa vi erano altri due altari. Sulla parete sinistra, guardando dall’ingresso, era l’altare della Vergine Maria. Era di legno, poggiato su beole di granito decorato. Lo ornavano quattro candelieri. In una nicchia ricavata sulla parete sopra l’altare, era posta un’icona rappresentante la Vergine che mostrava il figlio reggendolo con il braccio sinistro.

Il secondo altare laterale era intitolato a S. Maria Maddalena. Posto di fronte al precedente, era costruito con mattoni e aveva una mensa di legno portatile. Una piccola statua della Santa, scolpita nel granito, era appoggiata alla parete. I fedeli chiamavano questo altare Romarium, poiché la tradizione locale voleva che fosse stato fatto costruire dalla nobile famiglia milanese dei Romario, che possedeva beni nel territorio di Binasco.

Il fonte battesimale, marmoreo e di forma tonda, era posto a sinistra dell’ingresso appoggiato alla parete. Sopraelevato di 1 cubito (m. 0,42) dal pavimento, era coperto da un ciborio sorretto da quattro colonne in legno di pioppo. Poiché questa vasca, che conteneva l’acqua per il rito battesimale, doveva essere piuttosto grande e, data la sua posizione inconsueta, dal momento che il bordo era ad appena un cubito dal pavimento, induce a supporre che si trattasse di una vasca entro la quale, in tempi precedenti, il Battesimo avveniva per immersione.

A destra dell’ingresso vi era un’acquasantiera di marmo, sorretta da una colonnina di granito. All’interno della chiesa non vi erano sepolcri.

Il presbiterio comunicava con la sacrestia, nella quale il sacerdote si raccoglieva per prepararsi alla messa; in un lato vi era un armadio di legno di noce dove venivano riposti gli arredi sacri.

Il cimitero era posto sul lato destro della chiesa, verso sud: era circondato da un muro abbastanza alto, presso il quale si ergeva una colonna di marmo con una croce sulla sommità. Nel camposanto venivano aperte grandi fosse comuni dove i cadaveri erano sepolti cuciti semplicemente nei loro sudari. Quando una fossa era colma, la si chiudeva e se ne apriva una più vecchia, dopo aver accumulato le ossa disseccate nell’ossario, chiuso da una grata, davanti al quale vi era un inginocchiatoio in pietra sul quale i fedeli si raccoglievano per pregare per le anime dei defunti.

Il campanile era appoggiato al lato meridionale dell’abside e aveva la base quadrata. La parte più alta avevo un’apertura su ogni lato, ma era dotato di una sola campana mossa da funi che arrivavano sino a terra; si poteva salire ad essa per mezzo di una scala di legno a pioli. Una croce in cotto era stata posta sulla sommità del tetto.

La casa parrocchiale, dove risiedeva il rettore di S. Stefano, era costituita da due locali al piano terreno ed altre due stanze al piano superiore, al quale si accedeva per mezzo di una scala di legno. Una piccola corte e un’ala del giardino la separavano dalla chiesa.

Tratto da: La Storia di Binasco raccontata ai Giovani, di Alberto M. Cuomo, Amm. Com.le di Binasco, 2007. Pag. 85/88